Curiosità/Palermo

U viaggiu di Cosma e Damiano, di Roberto Garufi

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Cronachedigusto.it

U viaggiu di Cosma e Damiano
di Roberto Garufi

Nel nome Panormus, tutto porto, si racchiude il profondo legame tra il mare e Palermo, modellata intorno ad un’insenatura così profonda ed ampia da renderla gemella urbana di Marsiglia. Un rapporto tra città e mare a lungo offuscato dall’insabbiamento della Cala e da equivoci urbanistici, e solo in parte recuperato negli ultimi anni a spese, purtroppo, della sua identità marinara.ballata

E’ quindi naturale che nelle gerarchie palermitane di santi e martiri Cosma e Damiano, protettori di pescatori e marinai (e di medici, chirurghi, farmacisti, barbieri), siano stati a lungo protagonisti, in una devozione popolare che ha coinvolto i borghi di S. Pietro, S. Lucia e Kalsa e, più a monte, il Capo, dove sorge nell’attuale Piazza Beati Paoli la chiesa a loro dedicata. Per non fare torto a questi quartieri la festa grande in loro onore, il 27 di settembre, prevedeva u viaggiu, interminabile trasporto a spalla della Vara dei santi attraverso la città: partendo dalla Chiesa di S. Cosma e Damiano e sostando alla Cattedrale e al Monastero della Badia Nuova si percorreva il Papireto e, costeggiando le mura, si faceva tappa alla Piazza del Castellammare per proseguire verso la Cala e la Marina, attraversare Porta dei Greci e giungere a Piazza Kalsa. Come racconta nel tardo settecento Jean Houel, trentadue marinai e pescatori vestiti interamente di bianco, con una fascia rossa alla vita e in testa un fazzoletto giallo annodato alla procidana non portano le due statue d’un passo grave e maestoso ma corrono a tutta lena gettando grida spaventevoli.

Alla mezzanotte, tra la folla che urlava Viva li Santuzzi di li grazii! Viva San Cosimu e Damianu!, si concludeva il rito inscenando un ballo vorticoso, con i Santi in spalla, fino allo sfinimento, in una estasi mistica degna delle danze dei dervisci, creata per ottenere la protezione divina dai rischi del mare e propiziare una nuova annata pescosa. Un’estasi collettiva tra religione cristiana e paganesimo ad elevato tasso emotivo, a lungo inutilmente osteggiata dalla Chiesa palermitana con editti e pene ecclesiastiche. A spezzare questo legame con Palermo è dovuta intervenire un’altra santa, Rosalia, il cui ritrovamento dei resti nel 1624 ha fatto retrocedere nella devozione popolare la festa grande in favore del Festino, ed indotto l’Arcivescovo di Palermo a spostare nel vicino borgo marinaro di Sferracavallo il culto di Cosma e Damiano, mantenendo integralmente i rituali della festa. Identici il passo di corsa della processione e gli alimenti devozionali, quasi identico l’abito dei trasportatori, appena variata la conclusione del corteo con l’inserimento della ballata ra trasuta, in una danza che sembra compiersi sulle onde di un mare in tempesta, con la vara dipinta di azzurro, rosso, bianco e verde come le barche da pesca e le arcate dentellate in forma di onda poste intorno ai Santi. Quando il capuvara grida manu e spadda detta tempi e modalità dei movimenti ed è lui ad avviare l’invocazione ai Santi: E chi semu tutti muti! Viva San Cosimu e Damianu! / Ogni periculu li chiamamu! Viva San Cosimu e Damianu! / E sunnu mèrici suprani! Viva San Cosimu e Damianu! Identica è infine l’iconografia dei santi delle due chiese di Sferracavallo e del Capo: in posa eretta, un diadema su un viso giovanile, lunga toga da medico, calzari, nella mano sinistra un cofanetto con i medicamenti, nella destra un ramo di palma simbolo di martirio e rigenerazione. Si, rigenerazione, perché la vicenda di questi due medici di origine araba nati in Cilicia, nell’agiografia a loro dedicata è una sequenza inverosimile di supplizi ordinati dal proconsole Lisia e miracolose resurrezioni. Lapidati, fustigati fino alla morte, crocefissi, trafitti da dardi, annegati in mare con una pietra al collo, bruciati. E’ la decapitazione a concludere il loro interminabile martirio.

Nel racconto di plurime morti e resurrezioni puoi scorgere la versione cristiana del ciclico rinnovarsi della natura raccontato nel mito di Demetra e Persefone, e non può sfuggirti la coincidenza temporale della festa di Cosma e Damiano con l’Equinozio di Autunno e con la celebrazione annuale dell’ingresso dell’oscurità nei Mysteria maggiori di Eleusi, nel mese di Boedromion, tra settembre e ottobre. Cui corrispondono specularmente l’Equinozio di Primavera e i Mysteria minori celebrando ad Agrai, nel mese di Anthesterion tra febbraio e marzo, l’uscita verso la luce. L’equinozio, in latino notte uguale essendo pari le ore del giorno e della notte, è data fondamentale nell’interpretare le fasi lunari e pianificare semine e raccolti. Ma è anche una data fortemente simbolica perchè giorno di un equilibrio perfetto che dura un istante, a questo seguendo il prevalere dell’oscurità (equinozio di autunno) o della luce (equinozio di primavera), perché giorno nel quale si assottiglia, fino a scomparire momentaneamente, la separazione tra visibile e invisibile. Data che fissa il tempo di semi e potature, radici officinali e acqua rigeneratrice. Data che nel rigenerarsi della natura, sotto la protezione della Grande Madre Terra, è vissuta in comunità di svariate parti del mondo con feste e ritualità di intensa partecipazione popolare.

Ad evocare il ruolo sacro della Grande Madre sono i pupiddi nanau, dolci di pasta melata ormai scomparsi in forma di figure femminili che a Palermo si dedicavano a Cosma e Damiano, con un nome evocativo di complessa derivazione. Secondo alcuni dal termine dialettale na-nai con cui si richiamavano gli animali dispersi al pascolo; secondo altri dall’altro termine dialettale nanava con il quale è chiamata la bisnonna. Di un colore rosso fuoco con gonna lunga e mani sui fianchi ricordano le statuette votive in onore di Demetra nella loro versione tanagrina, mentre il polos, tradizionale cappello cerimoniale della tradizione egea di forma cilindrica, testimonia la diffusione da Oriente per tutto il Mediterraneo di una cultura sopravvissuta nel Cristianesimo, a fianco delle iconografie cristiane. Dei pupiddi nanau resta un pallido ricordo, mentre si producono ancora i Santi, dedicati alla devozione di Cosma e Damiano. Miraculusu è stu santu, miraculusu! L’unicu santu ca si mancia, ch’è miraculusu!. E’ la banniata con cui i turrunari invitano all’acquisto di questi dolci, posti in bella vista accanto alle tradizionali cubbaite, petrafennule e ai bummuluna. I Santi sono realizzati con un impasto di pari farina e miele, lavorato e steso in stampi di gesso rivestiti internamente in zolfo e infine cotto ad assumere un colorito dorato. Questi dolci, che riproducono l’esatta iconografia dei Santi Cosma e Damiano, appartengono alla millenaria tradizione dei pani e dei dolci teofagici in forma di santi e divinità, mangiati in occasione di festività accompagnati dal segno della croce e da un’invocazione, per entrare in sintonia con il divino e riceverne protezione.

Questa cosaruci di meli, esatta definizione dei dolci di pasta melata, rappresenta i due Santi in mezzo a due trionfi raggiati sormontati da un angelo. Coronati sotto una specie di pallio, gambe ignude, piedi con sandali, hanno penne con lunghe e appariscenti barbe da un lato e calamai dall’altro; secondo il popolo però, con palme alla destra e scatole alla sinistra. Con queste parole quaranta anni fa Antonino Uccello descriveva i Santi di pasta melata dedicati a Cosma e Damiano, ed è particolarmente interessante il racconto della ricetta del turrunaro palermitano Antonio Marrone, che propone una significativa variante rispetto alla tradizione attuale: ci sono le bancarelle che vendono i Santi Cosma e Damiano, dei quali i bambini sono molto ghiotti, sono fatti di farina e miele; è un miele che loro fanno con una composizione con succhi di fichi e miele naturale, mettono al forno e poi i ragazzi li mangiano. Nella sua attenta descrizione della ricetta Uccello segnala anche che la dipintura in rosso delle figure, proposta alla fine dell’ottocento, fosse caduta in disuso cento anni dopo. In questa loro variante le figure dei Santi in pasta melata si avvicinano maggiormente alla tradizione dei sussameli, dolci il cui nome significa succhiamele e si riferisce alla tradizione mediterranea, in Sicilia ora largamente in disuso, dei timballi dolci di pasta con miele, spesso legati alle più importanti festività religiose. Un nome che presenta nelle diverse parti della Sicilia numerose varianti: sussumeli, susameli, sursameli, sussa meli e altro ancora. Appartenenti alla tradizione dolciaria siciliana, ma è meglio dire a quella dei turrunari, sono biscotti che raffigurano santi, parti del corpo umano o animali simbolici e che partono da una base di impasto in farina e miele per inglobare successivamente ulteriori ingredienti: primo fra tutti lo zucchero, anche in sostituzione del miele, e poi mandorle tostate intere o frantumate, cedro candito, scorzette di arancia, vino rosso; un impasto che può essere eventualmente profumato con acqua di gelsomini, acqua di rose, cannella, chiodi di garofano.

Se scorriamo il calendario delle feste del mare di borghi costieri e isole siciliane osserviamo che numerose tappe, nell’ultimo secolo, obbedendo ad una esigenza di audience degli emigrati tornati per le vacanze, sono state dirottate nei mesi estivi. Rinsaldando in tal modo nelle comunità marinare il senso di appartenenza, ma spezzando di frequente il legame tra calendario festivo e cicli naturali della pesca. Non così per la festa di S. Cosma e Damiano che, nell’evocare i riti pagani del ciclico rinnovarsi della natura, è coerente con una fase annualmente critica nei processi produttivi del mare, quando provvedimenti di fermo biologico intervengono ad aiutare il ripopolamento del mare presso le nostre coste e accrescere il novellame di molte specie ittiche.

Il mare, che si vive e attraversa nel duro lavoro del pescatore, e la barca, che ti è casa e rifugio ma anche luogo di pericoli e sventure, sono al centro della cultura delle comunità marinare e dell’arte propiziatoria dei pincisanti, che decorano le prue delle barche da pesca, con figure simboliche come delfini, sirene e stelle o con le immagini di Cosma e Damiano, protettori dei marinai come è stata, in età greca un’altra coppia, i Dioscuri Castore e Polluce.

La comunità di Sferracavallo, come le altre borgate vicine, ha dovuto assistere in questi anni all’inarrestabile impoverimento del mare. Sono ormai uno sfocato ricordo le copiose pescate di asineddi, lappani, triglie, scorfani, polipi, sarde, cicirello, maccaruneddu, novellame. Ciò nonostante si sia provato nel tempo a fissare e condividere norme condivise e tramandate come u varu per garantire la stabilità dell’ecosistema marino: S’avia a ttirari quannu era carmu, s’avia a ttirari quannu c’era u suli, cu l’acqua i cielu un s’avia a ttirari, matina ca matinata un s’avia a ttirari, dopu menziornu un s’avia a ttirari picchì si nno i favuttiavanu l’animali e si nni iavanu.

Con l’impoverimento del mare la festa in onore dei Santi medici, protettori di pescatori e marinai, ha vissuto una progressiva crisi, perdendo il ricordo e la coscienza di alcune delle sue simbologie più importanti. A partire dalla chiesa del Capo, avvio della festa grande, chiusa al culto da quaranta anni ed ora spettatore muto, desolatamente nascosto da auto in sosta. Dei pupiddi nanau, della loro esatta forma e della ricetta è scomparsa ogni traccia. Negli anni settanta due panifici del Capo rifornivano di Santi di sussa miele i turrunari davanti alla chiesa palermitana di S. Ippolito e a quella di Sferracavallo. Quaranta anni dopo a garantire la sopravvivenza di questa tradizione è ora rimasto il laboratorio di Vincenzo Rosciglione, maestro turrunaro di quattro generazioni, al quale si riconosce la caparbia volontà di non dimenticare. Più di cento anni fa Giuseppe Pitrè, incaricato di curare la Mostra Etnografica Siciliana all’interno della Esposizione Nazionale di Palermo del 1891 volle esporre nella Sezione Alimenti un ricco repertorio di pani rituali siciliani e tra questi quello dei Santi Cosma e Damiano, convinto che la visione di futuro di una comunità non può prescindere dalla coscienza del passato. La scelta di entrambe è un dato su cui riflettere, ed è uno stimolo per la Condotta Slow Food di Palermo nel continuare un’opera di recupero e valorizzazione della memoria del gusto, nella sua identità palermitana e siciliana, che riteniamo indispensabile.

di Roberto Garufi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...